My Name is Francesco Totti

My Name is Francesco Totti (Mi chiamo Francesco Totti)

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نخستین 200 خط.

E pensare che la prima parola che ho detto è stata "palla".

Nel '77, a Porto San Giorgio,

con tutti i miei cugini, zii e zie.

Il mare, la spiaggia, i giochi.

Per me era tutto nuovo, era una cosa bellissima.

Quella è mia madre.

Questo è mio padre.

Questo ero io,

che cercavo di giocare a pallone.

Pensavo solamente a calciare la palla.

Da lì è partito tutto.

Una Roma senza Totti è come una città senza sole.

La partita è finita, ci hanno portato via il pallone.

Io non ci credo, se penso a domani preferisco pensare a ieri.

Per me è il funerale di Roma. Per me muore Roma qui.

Io non ci credo che finisco.

Da domani non metto più gli scarpini, non metto la maglietta, non metto niente.

Non è possibile.

Ho passato qua dentro 25 anni della mia vita.

Che ricordi.

Giocatori su di lui.

Tiro, la palla...

- (Caressa) Riesce ad andar via... - (Compagnoni) Cerca lo spunto.

Quasi in zona tiro...

- Totti ! - (Compagnoni) Per un soffio...

Totti si è liberato ! Pallonetto !

Totti !

Domani è l'ultima volta che tocco la palla da professionista.

Mi chiamo Francesco Totti.

Sono il capitano della Roma.

Nell'83, a Roma, erano 40 anni che non si vinceva uno scudetto.

"Siamo nati per soffrire", come si dice.

Ero piccolo.

Mi ricordo i clacson, i suoni, le bandiere.

Ovunque andavi,

c'era un casino madornale.

Quell'estate, finita la scuola,

ci ritrovavamo sempre il pomeriggio alla Manzoni.

Insieme a me, c'erano mio fratello Riccardo,

mio cugino Angelo,

Antonio detto il Morto, perché era bianco cadaverico,

poi c'era Bambino,

i due Giancarlo, Giancarlo Ciccacci e Giancarlo Pantano.

Il nostro gioco preferito si chiamava paperelle.

Un gruppo di bambini si metteva in cima alla scala.

Cominciavano a camminare uno dietro l'altro.

Scendevano il gradino fino alla fine della scala.

Sotto c'era un bambino che doveva calciare e colpire queste benedette paperelle.

Chi prendeva più paperelle, vinceva un gelato.

Io ero piccolo.

Non mi facevano mai giocare.

Poi un giorno, o gli ho fatto tenerezza, o gli ho fatto pena,

mi hanno detto: "Vuoi giocare ?"

In quel momento, pensavo a tutto e non pensavo a niente.

Però vedevo che, quando calciavo io,

il rumore del pallone era diverso.

Calciavo forte.

Forte e preciso.

Calciavo e prendevo una paperella.

Calciavo e riprendevo una paperella.

Li prendevo tutti.

Loro sono rimasti increduli.

Un giorno mio cugino Angelo mi dice:

"Andiamo a provare alla scuola calcio della Fortitudo."

Stava a cento metri da casa.

Abitavamo in via Vetulonia.

Eravamo mio padre, mia madre, mio fratello e mio nonno.

Questa era la mia famigliola.

Da bambino, ero molto timido.

Non esternavo come avrei dovuto.

A scuola mi chiudevo in me stesso.

Però, con la scusa che facevo il giocatore,

ogni tanto mi nascondevo dietro a quel problema.

Finalmente a dieci anni sono andato a giocare nella Lodigiani.

La Lodigiani già era una squadra titolata.

C'erano Roma, Lazio, Lodigiani.

La Lodigiani era la terza squadra di Roma.

Noi dicevamo che era la seconda, perché c'era la Roma e poi la Lodigiani.

La Lazio era la terza.

In questo periodo, mio padre e mio zio mi davano 5000 lire a gol.

Infatti li ho mandati a picco.

Li ho costretti a trovare un altro lavoro !

Mio padre non mi ha mai fatto un complimento.

Mia madre ogni tanto, di nascosto, me li faceva.

Lei è quella che mi è stata più attaccata.

Papà lavorava tutti i giorni fino a tardi.

Lei mi veniva a prendere a scuola, mi portava agli allenamenti,

aspettava là fuori.

I miei vedevano che c'era passione.

Io ero fossilizzato sul calcio.

Il sabato tutti uscivano, io andavo a casa a dormire.

Mi mettevo lì, vedevo le partite,

bevevo un bicchiere di latte freddo prima di andare a dormire.

La mattina alle 7 mi svegliavo, facevo colazione e andavo a giocare.

Vai !

Si era sparsa la voce che c'era questo ragazzino forte.

Tanto che l'allenatore mi diceva: "Occhio, che ti fanno male."

"Non reagire, occhio."

"Daje" !

- (Donna) Scemo ! - (Donna 2) Butta fuori la palla !

Sei bravo !

Ancora ero piccolo,

perciò non avevo grandi idee o prospettive.

Però sono momenti che difficilmente ti dimentichi.

Nell'89 ci fu una chiamata del presidente della Lodigiani

perché Roma e Lazio volevano che andassi a giocare con loro.

Una famiglia di romanisti era impossibile che prendesse un'altra strada.

Se avessero scelto Lazio, avrei tolto loro il saluto per sempre.

La prima volta che ho visto Trigoria per me era come un sogno.

Avevo 12, 13 anni.

Passo là davanti, vedo la prima squadra allenarsi.

Mi sento il bambino più felice del mondo.

Vedere Giannini durante gli allenamenti

era il top del top.

Lui era il capitano.

Era il mio idolo.

Poi era di Roma.

Lo chiamavano il Principe.

Quando stavo là dentro, mi trasformavo.

Cioè, mi chiudevo in me stesso e cercavo di fare le cose con facilità.

Facevo cose difficili che mi riuscivano.

Infatti mi mettevano sempre a giocare con i più grandi.

Hai visto ? Rimanda indietro.

Guarda, eh.

Io giravo la testa per guardare dove stava il mio compagno

o dove stava l'avversario.

Un altro bambino non lo fa.

Guarda la palla.

Quando giocavo, venivano tutti.

Gli amici, i cugini, gli zii.

Quando entravi in campo, la prima cosa che facevi

era cercare con lo sguardo tua madre e tuo padre.

Se senti le voci dei genitori, prima erano molto peggio rispetto a ora.

Prima dicevano: "Spezzagli le gambe ! Entragli male !"

Arbitro, quando lo ammonisci ?

- "Mortacci tua" ! - (Uomo 2) E di chi non glielo dice !

"Mortacci tua" !

Quel periodo andavo in curva con mio fratello, i cugini e gli amici,

con il motorino, tutte le domeniche.

La partita c'era alle 15.

Partivamo, per dire, alle 9.

Stavi là seduto e giocavi a carte anche con la gente che non conoscevi,

per aspettare il momento della partita.

# E la Lazio merda #

Quando c'era il giorno del derby Roma-Lazio,

in curva c'era il delirio.

Lì c'era proprio odio a 360 gradi.

# Lazio, Lazio, vaffanculo #

È una partita diversa da tutte le altre.

Pure troppo sentita.

Attenzione, Sclosa era già ammonito.

C'era gente che preferiva vincere due derby

che vincere lo scudetto.

Gol !

Giannini era quello che mi trasmetteva

positività, forza, agonismo.

Lo vedevo come un'icona.

Quando tornavo a casa, mi specchiavo.

Dicevo: "Un giorno vorrei essere come lui."

Un giorno, era di sabato pomeriggio,

a fine primo tempo eravamo due a zero, avevo fatto due gol con la Primavera,

a un certo punto mi chiamano fuori dal campo.

Strano.

Ho fatto due gol, mi fai uscire ?

Qualcosa di grave sarà successo.

Ma dove va ? Che ha fatto ?

Mi dicono: "Vestiti, vatti a fare la doccia"

"che devi partire con la prima squadra per Brescia."

Mi è preso un colpo.

Inizialmente, neanche volevo partire.

Mi ero organizzato il sabato sera.

Discoteca, cena con gli amici, tutto quanto.

Ero diventato una persona normale, il sabato sera.

Quando arrivi alla fine, è vero, 25 anni sono tanti, ok,

ma ripensando a quello che hai fatto, sono pochissimi.

La Roma è al comando

con due gol messi a segno al primo tempo da Caniggia e Mihajlović.

Mancavano dieci minuti.

Non avevo speranze di poter entrare.

È uscito Rizzitelli, lascia il posto al giovane Francesco Totti.

Immaginarmi là dentro insieme a loro era impensabile.

Una finzione, come se mi prendessero in giro.

Tutto surreale.

Da là, è cambiata tutta la mia vita.

Da quel giorno, ho iniziato ad allenarmi quasi sempre in prima squadra.

Tutte le mattine, poi la mattina andavo a scuola.

Per me era un problema.

Ma è un treno che passa una volta sola.

Fortunatamente, sono riuscito a salirci.

E pensare che poi, in quel momento, la Roma rischiava il peggio del peggio.

Il giorno più lungo nella storia dell'A.S. Roma.

Il presidente Ciarrapico in carcere,

la società in liquidazione, nuovi acquirenti che non si vedono.

Per fortuna, arriva Franco Sensi.

Io non ho mai fatto interviste, lasciatemi stare.

Ti dico che la Roma non rimane orfana e basta.

Per prima cosa,

Sensi prende un allenatore romano e romanista come noi.

Mazzone per me è stato un papà.

Mi ha cresciuto in tutto e per tutto, sia in campo che fuori.

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