Le prime 200 righe.
All'epoca ero una giovane avvocata.
Avevo 20 anni.
Mi ero appena trasferita a Milwaukee.
Ero una donna che viveva da sola e non conoscevo molte persone.
Mi chiamò Jerry Boyle, il mio capo.
"Abbiamo un nuovo caso ed è roba grossa.
Ho bisogno che tu vada al commissariato di polizia."
MILWAUKEE - CENTRO CITTÀ
Jerry Boyle mi disse:
"È una persona che ho rappresentato in passato.
È un brav'uomo. Non ti staccherà la testa a morsi".
Andai subito, come mi aveva chiesto.
Da Jeffrey Dahmer.
Era il mio primo incarico.
Quando entrai per incontrarlo,
la stanza per gli interrogatori era minuscola.
C'era Jeff, seduto a un angolo del tavolo.
Io ero molto nervosa.
Sentivo che era una cosa al di là delle mie capacità.
Anche i poliziotti veterani la definiscono
una delle scene del crimine più strane mai viste.
Il Paese è ipnotizzato dall'orribile storia di Jeffrey Dahmer.
Omicidi, mutilazioni, cannibalismo.
Shock e orrore mentre la polizia porta fuori un pentolone
nel più atroce caso di omicidio di massa nella storia di Milwaukee.
Mi sentivo come Clarice Starling ne Il silenzio degli innocenti.
Fu molto educato.
Rimasi piuttosto sorpresa dalla cordialità di Jeff.
Per essere un buon avvocato difensore,
non devi dare giudizi morali e devi sviluppare un rapporto di fiducia.
Lui mi chiamava Wendy, io lo chiamavo Jeff.
Va bene così, Jeff. Non devi vergognartene.
Ti sto facendo sentire a disagio?
No, è una cosa da affrontare, quindi…
È davvero bizzarro, vero?
Non è facile parlarne.
È una cosa che ho tenuto sepolta dentro di me per molti anni ed è…
Beh, sì.
È come cercare di sollevare una pietra di due tonnellate da un pozzo.
Non credo ci sia qualcosa che possa preparare qualcuno
a un massacro del genere.
UNA DOCUSERIE NETFLIX
22 LUGLIO 1991
Era una notte tranquilla.
Una di quelle torride sere d'estate.
Ero un cronista televisivo
e fui tra i primi ad arrivare a casa di Dahmer la notte dell'arresto.
Quando arrivai,
mi bastò vedere le facce degli agenti
per capire che stava succedendo qualcosa di grosso.
Incontrai un agente che conoscevo.
Si chiamava Bobby Rao.
Gli dissi: "Bobby, è roba vera?"
Mi guardò, scosse la testa: "Puoi scommetterci, è tutto vero".
Tenente Roosevelt Harrell.
Stiamo indagando su un omicidio
che è avvenuto nel condominio all'isolato 900 di North 25th Street.
Abbiamo una persona in custodia.
C'è una forte possibilità che ci siano altri omicidi
in cui questo individuo potrebbe essere coinvolto.
L'agente di polizia assegnato all'ingresso del condominio
era uno che conoscevo.
Gli chiedemmo, lo implorammo:
"Possiamo fotografare l'appartamento di Dahmer?"
Scosse la testa: "Se lo fate, perderò il lavoro".
Ma disse: "Potete guardare dentro, purché non oltrepassiate la soglia".
Andammo alla porta,
ci appoggiammo al telaio e guardammo dentro l'appartamento.
Non era particolarmente memorabile, per molte ragioni.
C'era un tappeto arrotolato.
Una cucina a sinistra.
Una camera da letto e un bagno sulla destra.
L'unica cosa che spiccava più di ogni altra
era un'inquietante lampada lava ancora accesa.
Il blob andava su e giù.
Nell'appartamento c'era un'atmosfera inquietante.
La notte della notizia di Dahmer,
all'epoca ero un cronista del Milwaukee Sentinel.
Ero l'unico giornalista presente, perché era tardi.
Tina Burnside, che seguiva le notizie notturne della polizia,
mi chiamò.
Mi disse: "James, devi scriverlo con molta prudenza".
È la pressione di una redattrice che ti soffia sul collo:
"Mi serve quell'articolo ora!"
Lo mandai al redattore notturno, che lo modificò e lo inoltrò.
Ricordo che disse:
"Questa sarà la più grande storia mai successa nella città di Milwaukee".
Ero stato procuratore capo a Milwaukee prima di diventare avvocato difensore.
Ero stato su entrambi i fronti.
Ricevetti una telefonata da un tizio della stazione TV principale.
"Vorrei parlare con lei di un suo cliente."
Dissi: "Chi?"
"Jeffrey Dahmer. Pensiamo sia un maniaco omicida."
L'avevo rappresentato nel 1988, per un crimine sessuale.
Gli dissi: "Aspetta un attimo, devo chiamare suo padre".
Chiamai Lionel Dahmer e gli dissi cosa mi aveva detto il cronista.
Dissi che avrei chiesto a qualcuno di scoprire cosa stesse succedendo.
Chiamai Wendy Patrickus e disse di essere disponibile.
La prima persona che incontrai fu il detective Murphy.
A quel punto, l'intero interrogatorio era controllato dai detective.
INGRESSO CELLE SOLO PERSONALE AUTORIZZATO
Quando incontrai Dahmer, mi disse soltanto:
"Perché non mi spari ora, per quello che ho fatto?"
Mi sedetti con lui e lo rassicurai che qualsiasi cosa potesse dirmi
non avrebbe influito su di lui
o non me l'avrebbe fatto piacere o non piacere.
Subito dopo, scrisse la sua confessione.
Ero un tenente assegnato alla squadra Omicidi.
Dennis Murphy e Pat Kennedy furono incaricati di interrogare Dahmer.
In pratica era il loro lavoro quotidiano.
Il modo in cui riusciva a ricordare ogni dettaglio degli omicidi…
HA RACCOLTO UN AUTOSTOPPISTA
…era incredibile.
Se ricordo bene, in quel momento Jeff era un po' ubriaco.
Gli chiesi perché stesse raccontando tutto alla polizia,
perché stesse confessando.
Mi disse: "Wendy, hanno trovato troppe cose nel mio appartamento.
La festa è finita.
Preferirei continuare a parlare con loro".
Aveva già deciso tutto.
A quel punto, dovetti dire: "Jeff, lo rispetterò".
Aveva già confessato.
Sapevo che Dahmer non aveva una difesa.
Così gli dissi: "Cosa vuoi che faccia?"
Disse: "Voglio sapere perché sono quello che sono".
Così gli dissi: "Posso trovare un bravo psichiatra,
che venga a parlare con te,
per dichiararti non colpevole per infermità mentale.
Pazzia.
Ma mi serviranno dei medici che dicano di poterlo sostenere".
Il vero lavoro era ottenere abbastanza informazioni da dare ai medici,
per rispondere alle loro domande.
La domanda era se fosse sano di mente o no.
Nei mesi successivi passai molto tempo con lui,
parlando di ciascuna vittima
e raccogliendo più informazioni possibili.
L'AVVOCATA WENDY PATRICKUS REGISTRÒ PIÙ DI 32 ORE DI CONVERSAZIONE
PER PREPARARSI ALLA DIFESA DI DAHMER.
LE CONVERSAZIONI SI SVOLSERO DA LUGLIO A OTTOBRE 1991.
I NASTRI NON SONO MAI STATI RESI PUBBLICI… FINO A ORA.
Ok, Jeff. Dimmi cosa pensavi.
Mi ero chiesto perché mi sentivo spinto a compiere tutti questi omicidi.
Cosa stavo cercando che riempisse il vuoto che sentivo.
Uccidere qualcuno e sbarazzarsene subito
non dà un piacere forte e duraturo o una sensazione di appagamento.
Eppure ho sentito l'impulso a farlo,
in tutti questi anni.
Jeff voleva identificare tutte le vittime.
Era una cosa davvero unica per qualcuno che era un serial killer,
un vero serial killer.
Non lo negava.
Diceva: "Sì, ho ucciso e ho ucciso.
È così che ho ucciso e questo è il motivo".
Non mi sembrava di avere…
i normali sentimenti di empatia.
Hai mai pensato consapevolmente:
"Perché non ho i sentimenti delle persone normali?"
Me lo sono chiesto.
È iniziato con le fantasie, fantasticando.
Iniziava sempre fantasticando e poi…
alla fine sembrava che le fantasie si realizzassero.
Portò il suo mondo fantastico
a livelli che la maggior parte di noi nemmeno riuscirebbe a concepire.
Interrogai Jeffrey Dahmer su richiesta del difensore Jerry Boyle.
Mi chiesero se, secondo me, si potesse invocare l'infermità mentale.
Avevo lavorato 30 anni a Milwaukee come psicologo forense
e il caso Dahmer arrivò a metà carriera.
Ce ne furono altri dopo, ma nessuno come questo.
Cosa ha scatenato tutto?
Vorrei poterti dare una risposta chiara e diretta.
Se c'è un'area da incolpare, è il mio modo di pensare contorto.
Sono anni che non penso normalmente.
LUGLIO 1991
Jeffrey era più riservato nel parlare della sua infanzia.
Vidi delle foto di lui da piccolo con suo padre Lionel
e sembrava molto normale.
Giocavano a lanciarsi la palla.
Ma suo padre era spesso assente.
Era uno scienziato e si dedicava alla propria istruzione.
Ma Jeff sosteneva con forza di non aver avuto grossi traumi
che l'avessero spinto a fare queste cose.
Non era stato picchiato o abusato sessualmente.
L'unica cosa della sua infanzia che raccontò a me e a Jerry Boyle,
e che l'aveva davvero influenzato,
erano i costanti battibecchi tra i suoi genitori.
Qual era il problema tra tua madre e tuo padre?
Non riuscivano proprio ad andare d'accordo,
soprattutto da parte di mamma.
Qualche violenza?
Solo schiaffi e botte.
- Chi picchiava chi? - Mamma picchiava papà.
Tu da che parte stavi?
Cercavo di non stare dalla parte di nessuno.
Indagai sulla storia di entrambi i rami della famiglia,
per trovare qualche segno di follia,
qualcosa di particolare in quei membri della famiglia
che potesse darci un'idea
di come Dahmer fosse diventato ciò che è diventato.
Non trovai niente dalla parte di Lionel Dahmer.
E dalla parte di Joyce,
No comments yet. Be the first to leave one.