Le prime 200 righe.
UNA DOCUSERIE ORIGINALE NETFLIX
Una canzone può significare mille cose diverse per persone diverse
e quando mi chiedono: "Che significa?", rispondo:
"Quello che significa per te".
Non ti dico cosa significa per me,
perché così rischierei di distruggere la tua fantasia.
Tutte le definizioni della musica folk sono diverse.
La mia è che la musica folk è un processo che è in corso
da migliaia di anni.
C'era una volta,
tanto tempo fa, un uomo di etnia zulù che prese un microfono
nell'unico studio di registrazione in Africa
e cantò 13 note che incassarono qualcosa come 15 or 16 milioni di dollari,
dei quali né lui, né i suoi discendenti in Sudafrica ne videro quasi l'ombra.
Ci sono milioni di canzoni come questa in tutto il mondo.
E la cosa meravigliosa è che molte di esse arrivano fino a noi.
Questa vi chiedo di cantarla con me,
arriva dal Sudafrica.
Ho questo ricordo molto nitido, avevo tre o quattro anni,
mentre mia madre faceva il pasticcio di maccheroni.
Aveva una personalità molto spumeggiante e una bella voce,
e saltellava canticchiando: "Wimoweh, a-wimoweh, a-wimoweh",
come fanno tutti.
Bravi!
Chiunque al mondo senta quella canzone, raddrizza le orecchie
e sa che ci sarà senz'altro da divertirsi.
Non riesco a pensare a un'altra canzone che abbia percorso
tale distanza nel tempo e nello spazio.
E se vi steste domandando che significa,
significa: "Il leone sta dormendo, il leone, il leone".
La leggenda dice che il leone non è morto, ma dorme.
Un giorno si sveglierà e ci libererà.
Guardandomi indietro, mi sembra impossibile
e anche vergognoso che non conoscessi la storia.
Probabilmente avevo già i capelli bianchi quando ho scoperto che canzone fosse
e quanto ero stato cieco prima di sentire la registrazione originale del 1939.
Rian Malan, scrittore e giornalista
i cui antenati giunsero in Sudafrica nel XVII secolo.
Fu un suo parente, Diaf Malan,
il primo Primo Ministro del Partito Nazionale
responsabile di aver imposto per primo l'Apartheid,
evento con cui ha dovuto fare i conti tutta la vita.
CASA DI RIAN MALAN GREATER JOHANNESBURG, SUDAFRICA
Tu, buffo cagnolino.
Mi chiamo Rian Malan,
sono sudafricano, un afrikaner,
scrivo, suono un po',
bevo parecchio e fumo sigarette.
Sì, un bel caffè.
Quando ero bambino mi sentivo come
seppellito da questo peso insostenibile
della storia e del senso di colpa che mi gravava sulle spalle.
La storia dei Malan
era uno dei fattori che ha caratterizzato fortemente
la mia coscienza giovanile.
Il dottor D.F. Malan,
lui e mio nonno erano cugini.
È stato il primo Primo Ministro dell'Apartheid in Sudafrica nel 1948.
L'idea della "Grand Apartheid" si fondava su razzismo e supremazia bianca.
Ero devastato dal senso di colpa per l'Apartheid
e il mio senso di complicità.
Per convivere con se stesso, mio padre fingeva di non vedere
i danni inflitti dall'Apartheid ai neri.
Le manifestazioni contro le rigorose politiche di Apartheid in Sudafrica
sfociano in sanguinose violenze. L'intero Sudafrica è in fermento.
Uno dei miei primi ricordi,
è aver letto sul Time Magazine le gesta di Che Guevara.
Tutte quelle foto di lui col berretto... Mi sembrava forte.
Decisi che anche io sarei stato un comunista e ricordo
di aver detto a Miriam Shabalala,
la nostra domestica,
che ero comunista e che un giorno ci saremmo liberati
di questa idiozia dell'Apartheid e l'avrei liberata.
Ricordo che mi aspettavo
che mi ringraziasse o cose del genere.
Invece mi disse: "Ah, suka", che vuol dire
"Ma finiscila, che cosa dici?".
E aveva ragione da vendere.
Ma adoravo gli africani.
Stare con loro mi piaceva
e ascoltare la loro musica alla radio.
Mi piaceva la loro cucina.
Lo so che è un vecchio cliché africano, ma volevo davvero essere il fautore
della liberazione dei neri, perché mi sembrava forte.
Una notte, a inizio anni '70,
io e i miei amici scappammo di casa e andammo a graffitare
un gigantesco terrapieno di cemento lungo Empire Road,
una delle strade principali di Johannesburg.
Scrivemmo: "Dillo e dillo tanto, sono nero e me ne vanto!"
POTERE NERO
C'era una foto del nostro capolavoro
sul quotidiano afrikaans
dove dicevano che la polizia stava indagando.
Nel mio ambiente era un gesto da duri,
attaccare l'impero malvagio.
Al termine della giovinezza,
i ragazzi del Sudafrica dovevano entrare nell'esercito
e andare a combattere i comunisti, fucile in spalla.
Sul serio, non credevo nella causa. Non credevo nella causa dell'Apartheid.
Scampai la leva per due o tre anni e, quando divenne impossibile,
il 9 maggio 1977, salii su un aereo e partii alla volta del Mondo a Colori.
Approdai a Los Angeles
a scrivere recensioni di rock'n'roll per piccole riviste
col nome d'arte "Nelson Mandela".
Non potevo usare il mio nome perché non avevo documenti.
Se mi avessero chiesto, appena atterrato:
"Chi sei e che cosa ci fai qui?",
mi sarei presentato come un semplice uomo bianco che era, ed era sempre stato,
contro l'Apartheid con tutto se stesso e da sempre.
Ma sapevo esattamente perché me ne ero andato.
Me ne ero andato dal Sudafrica perché i problemi razziali erano irrisolvibili.
"Sono impossibili da risolvere,
e sta per cominciare una sanguinosa guerra razziale.
E io no non voglio partecipare perché sono un vigliacco. Ecco la verità."
Avevo quasi trent'anni quando cominciò la battaglia finale.
Era settembre 1984.
Cominciarono le prima violenze su larga scala
che poi si diffusero in tutto il Paese.
Folle che lanciavano pietre, polizia sui carri armati
e gente uccisa ogni giorno.
Io osservavo da lontano.
Ma dovetti tornare e...
...e farci i conti.
Ero un giornalista giovane e ambizioso.
Avevo un'idea per un libro diverso da qualsiasi cosa mai scritta prima.
SUDAFRICA
My Traitor's Heart parla della paura e del radicato odio razziale.
Rian Malan viene da un clan di afrikaner arrivato 300 anni fa.
Fin dalla pubblicazione lo scorso anno, il libro My Traitor's Heart
ha acceso gli animi dei critici
per la sua estenuante ricerca della verità profonda del Sudafrica.
Sarò sincero con lei.
Lei scrive, e cito: "Alcuni bianchi
vedono il pericolo quando vedono un nero.
Alcuni vedono ferocia, altri vittime, altri eroi rivoluzionari,
ma in pochi vedono con chiarezza".
Con quanta chiarezza pensa di aver visto?
C'erano delle cose sull'essere bianco in Sudafrica
che conoscevamo, ma non sapevamo descrivere.
"Sono stanco delle mie cazzate,
ora vi dico la verità. Mi chiamo Malan,
e sono uno di loro. Ecco cosa c'è nella mia testa."
Non c'è niente di più patetico di chi rinnega la propria natura.
Amo i neri, ma mi fanno paura. Mi fanno paura, ma li amo comunque.
Sono vittima della stessa precisa psicosi razziale
e delle paure irrazionali
che accomunano i sudafricani bianchi e che ci hanno condizionato.
Di questo dovrei parlare. È l'unica cosa che conta,
l'unica cosa che so sul Sudafrica che sia importante.
Vengo da un Paese complicato.
Abbiamo dovuto riconoscere le differenze in modo aperto e onesto.
Strapparci i cuori, metterli sul tavolo
e fissarli aspettando la salvezza.
La fiducia è la nostra unica arma contro l'oscurità,
l'oscurità che portiamo dentro.
Il Sudafrica è conosciuto per la lotta per la libertà
e per la musica.
La sua musica ha conquistato la fantasia
e gli interessi delle persone in tutto il mondo.
Ecco le ultime novità.
Nel 1999,
c'era questo tizio, Johnny Clegg, detto Zoulou Blanc,
che era una specie di incrocio tra uno zulù e una popstar.
L'ho incontrato una volta a un braaivleis sudafricano, una grigliata,
e mi parlava di questa canzone chiamata"Mbube"
che era stata registrata a Johannesburg negli anni '30, e così via.
Mi considero un sudafricano informato e colto,
e pensavo di essere molto alla moda, così mi colpì e mi imbarazzò
il fatto di non conoscere questa storia.
Quindi decisi di andare a fondo.
Era la prima volta che sentivo parlare di Solomon Linda.
EX ARCHIVISTA - EDIZIONI GALLO MUSIC
Ero stato contattato e avevo fatto la conoscenza di Rian Malan.
Stava appena iniziando
a indagare sulla faccenda.
Correva l'anno 1939 a Johannesburg.
Solomon Linda
era un lavoratore zulù immigrato dalla profonda campagna.
Durante il giorno faceva lavoretti umili,
ma di notte si trasformava nel cantante di una band strepitosa, gli Evening Birds.
I neri venivano attivamente destituiti,
e dovevano lasciare le zone rurali per cercare lavoro nelle città.
A quanto so, Solomon Linda iniziò a lavorare all'Hotel Carlton.
La città svettava luminosa rispetto alle altre città africane,
e c'erano grattacieli ed elettricità,
cose che non esistevano a casa sua.
Sì, ragazzo, che c'è?
Il capo mi ha dato questa lettera per lei.
Nelle ore libere,
gli uomini si incontravano e formavano dei cori.
Era un mix interessante tra musica afroamericana
ed elementi di musica indigena.
Il weekend i cori gareggiavano tra loro.
Solomon era un uomo dalle capacità musicali straordinarie.
Aveva una voce incredibile.
Questo fece sì che ben presto dirigesse il suo coro personale.
Nello studio di registrazione della Gallo,
il primo in tutta l'Africa,
i ragazzi dietro cominciano il ritornello a cappella, che faceva...
Poi le voci in mezzo...
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