The first 200 lines.
“Il fantasma”, di Anton Yelchin.
IL FANTASMA
Creato da Anton Yelchin.
Papà, come si dice: “Cineoperatore”?
Cameraman Victor Yelchin.
Costumi di Anton Yelchin e Irina Yelchin.
Sceneggiatura di Anton Yelchin.
Ci siamo.
E stop.
Per cominciare ti farò una domanda divertente.
Non so se da piccolo andavi al cinema, se sì, avevi film o attori preferiti?
Da piccolo andavo al cinema.
- Mi influenzava molto Schwarzenegger. - Sì.
Ricordo di aver visto “L’ultimo grande eroe” e di esserne rimasto ossessionato.
- Mi ha influenzato anche “Space Jam”. - Sì.
Quelli erano i miei gusti fino ai dieci anni. Poi, due anni dopo,
i miei iniziarono a farmi vedere bei film perché lavoravo nel settore.
- “Space Jam” non poteva essere il meglio. - Non potevi vederlo come apice del cinema.
Vidi un film girato da Chapman, il direttore della fotografia di “Taxi Driver”.
Lo giuro, non sono pazzo.
Lo adorai, fu la prima volta che dissi ai miei che volevo fare cinema.
Con me c’è l’attore Anton Yelchin, che ora si trova qui a Vancouver.
- Stai di nuovo girando qualcosa? - Sì.
- Come vai a scuola? Sei bravo? - Sì, tranne in ginnastica.
- Davvero? - Sì.
La pensi proprio come me, ma i tuoi sono degli atleti?
Sì, per questo penso che ce ne siano già abbastanza in famiglia.
Per la prima volta in una gara professionale le ex stelle del balletto di Leningrado:
Irina Korina, e Viktor Yelchin, dall’Unione Sovietica.
38 anni per lui, un atleta esperto, ora i due sono sposati
e vivono a Los Angeles con il loro figlio di sette mesi.
Per loro è l’inizio di una nuova carriera e di una nuova vita.
Quando ero incinta lessi il libro di un medico americano, Benjamin Spock.
Seguivo ogni suo consiglio sulla gravidanza, cosa pensare, cosa guardare.
Andavo nei posti più belli di Leningrado perché diceva che il bambino
poteva vederli, sentirli, viverli, in quanto cresceva in me.
Ero molto felice. Ero incredibilmente felice all’idea di avere un bambino.
Irina e Viktor hanno portato la loro musica dall’Unione Sovietica,
è la colonna sonora del film russo: “Schiavo d’amore”.
Irina era incinta
quando mi accorsi che la situazione in Unione Sovietica era preoccupante.
INCENDIO IN UN’ATTIVITÀ EBREA
L’antisemitismo sta crescendo in Unione Sovietica.
Cinque anni fa nessuno avrebbe detto che c’era antisemitismo, ma ora sì.
Tutto era colpa degli ebrei.
Viktor andò a trovare il fratello
che viveva negli Stati Uniti.
Al suo ritorno disse che, alla nascita del bambino,
saremmo dovuti andare via.
Non potevo portare con me i gioielli di famiglia
perché appartenevano al Paese.
Tutto ciò che avevo, che era parecchio,
doveva essere venduto nel giro di un mese.
Tutti i nostri guadagni e tutto quello che avevamo nella nostra vita in Russia
valevano 8.000 dollari.
Non importava quanto fosse, non ne avevamo bisogno.
Noi avevamo Antosha.
Non dimenticherò mai quel giorno, il 13 settembre del 1989.
Sono stato cresciuto sapendo
che gli uomini non piangono e in effetti non lo feci.
Ma poi venne quel momento.
Quando lo presi in braccio e lo appoggiai al mio petto
non riuscii a trattenere le lacrime.
Che sentimento incredibile, stare in America con il mio bimbo in braccio.
Quel momento era tutta la mia vita.
Ecco tutto.
È affascinante per me sapere come sei arrivato in questo Paese.
Per chi non lo sa, raccontaci dei tuoi
e di come siete arrivati negli Stati Uniti.
I miei genitori erano persone di successo nell’Unione Sovietica.
Vendettero tutto,
vennero in questo Paese senza sapere una parola di inglese
e iniziarono a lavorare.
Sono cresciuto nella San Fernando Valley,
dove mi divertivo, stando alle foto.
L’ho conosciuto alle elementari.
Era un bambino rumoroso e matto.
Tutti lo conoscono come una persona infinitamente creativa,
noi facevamo solo gli stupidi insieme.
Povero ragazzo.
Era così adorabile.
Ahimè, cosa fa il tempo nello scorrere degli anni.
Correvamo per il quartiere, parlavamo di quello che leggeva,
della musica che ci piaceva,
fu il primo a farmi vedere Fellini.
Non vedemmo un intero film di Fellini, ma sicuramente degli spezzoni.
Uno dei ricordi più belli è di quando portava la telecamera.
Da un lato erano solo due ragazzi che si divertivano a fare gli scemi.
Da un altro lato c’era un senso di scoperta inaspettata.
Ma era anche semplicemente Anton.
“Il sogno”, un film di Anton Yelchin.
Ero molto timido, ma privatamente molto vivace.
Cosa vuoi vedere? Dramma? Balletto?
Oppure
commedia, orrore e azione?
Un amico di famiglia consigliò di portarmi
alla scuola di recitazione di Kris Kyer.
Teneva lezioni per ragazzini, avevano tutti otto o nove anni.
Per sei mesi si guardò i piedi, non alzava lo sguardo, aveva paura.
Dovemmo migliorare la sua immagine di sé, la sua autostima
per i primi sei mesi, poi si accese una lampadina.
73 anni fa c’era un uomo, il suo nome era Signor Picognius.
Era il miglior artista di sempre,
dipingeva Picasso meglio di lui.
Facevamo molta improvvisazione, dovevamo andare a casa e fare qualcosa.
Mi piacevano più questi momenti di quando dovevo imparare delle scene.
Per me allora le scene erano solo battute scritte, non erano personaggi.
Mi piaceva quando potevo creare qualcosa, come facevo a casa.
Parlava russo e inglese.
Era come una spugna, quello che gli dicevi poteva ricordarlo per sempre.
Kyer disse che non aveva più bisogno di lezioni di recitazione,
ma di audizioni.
Risposi che lavoravo tutto il giorno, non avevo tempo per le audizioni.
Mi chiese se avevamo un agente,
ma no, lo facevamo solo per divertimento.
C’era un’audizione senza agenti, era per il formaggio Chuck E.
Essere o non essere?
Nell’audizione hai imitato Arnold?
- Arnold, sì, ma non è venuto bene. - Fa lo stesso.
Sì, poi ci hanno chiesto di ballare.
Se a dei ragazzi di dieci anni
viene chiesto di ballare, quelli scappano.
Ballo sempre con la mamma alle feste
perché i miei sono pattinatori sul ghiaccio.
Mia mamma vuole sempre che balli con lei,
quindi non mi sono rifiutato.
Ballo sempre con mia mamma.
Ne sentimmo parlare per la prima volta quando andammo dal medico.
Ci chiedevamo perché per Anton
fosse difficile guarire da un semplice raffreddore.
Era dura riprendersi dalla tosse e cose del genere.
Il medico non era certo ma voleva fare degli esami per la fibrosi cistica.
Poi ci chiamarono dentro.
Il dottore disse che l’esame era positivo,
Anton aveva la fibrosi cistica.
Pensate di avere una malattia cronica e che ai vostri genitori venga detto
che non vivrai oltre una certa età.
Questo non senza un certo numero di terapie
e interventi che vadano a modificare
la funzionalità dell’organismo
per poter mantenere l’attività del corpo.
È un enorme fardello da sopportare.
Il medico disse che i sintomi sarebbero stati il fiato corto,
la dispnea, la debolezza e che avrebbe iniziato a tossire molto.
La cosa più dura della fibrosi cistica è che non sembrano malati,
ma combattono continuamente perché i sintomi coinvolgono il respiro.
È una cosa che noi tutti in questa stanza diamo per scontata.
Chiesi perché Anton non sembrava malato come gli altri, per niente.
Riusciva a correre per ore senza stancarsi affatto.
La malattia è diversa per tutti e ognuno la vive diversamente.
Direi che ora c’è più ottimismo di una volta,
bisogna vivere con la speranza, ognuno è pilota di sé stesso.
Andammo a casa e non riuscivamo a dormire,
ci sentivamo colpevoli di essere sani.
Invece nostro figlio
aveva questa malattia terribile.
Yo, fratello, figo, yo.
Da piccolo non gli dicemmo nulla perché era molto sensibile.
Non gli rivelammo mai la sua malattia.
Con quella fervida immaginazione non sapevamo come avrebbe reagito.
Sapeva che il medico aveva detto di prendere molte vitamine,
di fare esercizi per la respirazione e di fare più attenzione alla salute.
- Sempre. - Mangiare le verdure.
- Mangiare le verdure. - Bene.
E mai scaccolarmi e mangiarmi le caccole.
E mai scaccolarmi, non mangio le caccole.
Bene, ecco.
Diventava sempre più forte, non si è mai sentito male sul set.
Non gli è mai nemmeno colato il naso.
Così dissi a Victor che dovevamo credere,
dovevamo solo credere che la recitazione fosse la migliore medicina per lui.
Tanti auguri a te.
Feci un episodio difficile per “ER” e fu la prima volta che dovetti piangere.
Continuai a piangere, non riuscivo a smettere, anche dopo la fine della scena.
Fu stranamente catartico, ma doloroso allo stesso tempo, mia mamma impazzì.
Io e gli altri dottori abbiamo cercato di aiutare i vostri genitori,
ma le loro ferite erano davvero gravi.
Nonostante tutto ciò che abbiamo provato, non siamo riusciti a salvarli.
Ma so che sarebbero contenti di sapere che voi due state bene.
Voglio vederli.
Credo che nessun genitore vorrebbe stare lì a vedere il figlio piangere,
quindi non fu bello per lei.
Ma fu in quel momento che capii che era qualcosa
che mi piaceva davvero, quel genere di intensità.
Quando Anton aveva otto anni ero malata e ogni giorno veniva da me con qualcosa.
“Cara mamma, ti voglio bene, ti auguro di stare miliardi di volte meglio domani.”
“Cara mamma, ti voglio così tanto bene, ti adoro, ti auguro di stare
miliardi, triliardi di volte meglio domani.”
C’erano decine di biglietti come questi che mi infilava sotto la porta e mi baciava.
Quando fui di nuovo in salute e ricominciai a lavorare
mi scriveva solo:
“Cara mamma, ti voglio bene, con amore, Antosha”.
Scriveva semplicemente questo, e non ci sono regali
che possano essere più belli.
Sono molto fortunato perché mia mamma insegnava sempre, faceva coreografie ma,
ancora col costume da pattinaggio indosso, mi portava alle audizioni.
Lei credeva che fosse davvero ciò che mi piaceva fare
e io le devo davvero tutto solo per aver creduto in me.
"Che cosa è l’uomo, se il suo supremo bene, se tutto il tempo
"si consacra a dormire e a cibarsi?
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